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Il mistero del rotolo scomparso



Cammino lungo un corridoio stretto e angusto. Le lampade sui muri formano una spettrale prospettiva di fasci luminosi. Le pareti sono ricoperte da fantasie floreali verde muschio. Le assi di legno scricchiolano sotto i miei passi. Sono scalzo. Fa caldo. Ho fame. Mi scappa la pipì.

Raggiungo un cubo luminoso che fluttua a mezz'aria. Gli chiedo dove sono:

– A casa. – risponde il cubo.

– A casa di chi, scusa? – insisto.

Il cubo si gira verso di me e il suo bagliore si affievolisce. In realtà, non sono sicuro che sia girato verso di me, perché è un cubo e tutti i lati sono uguali:

– A casa mia. – risponde.

Vado dritto al sodo:

– Hai visto il mio rotolo di carta igienica?

– Certo, ogni volta.

– Cosa vuol dire «ogni volta»?

– Vuol dire che lo vedo ogni volta che lo incontro.

Strano, il mio rotolo di carta igienica non mi ha mai parlato di questo posto.

– E sai dove si trova adesso?

– Certo!

– E hai intenzione di dirmelo?

– Certo, se tu avessi intenzione di chiedermelo.

Mi girano le palle:

– Ok, dov'è ora il mio rotolo di carta igienica? – gli chiedo con le palle che mi fumano.

– Innanzitutto, – risponde il cubo – non è il tuo rotolo di carta igienica, ma il rotolo di carta igienica di tutti noi. Il fatto che tu l'abbia acquistato in un pacco da 12 al supermercato, non designa te come proprietario del rotolo in oggetto.

Ora il cubo stronzo torna a brillare, da una delle sue facce si accende un fascio di luce che indica una direzione, proprio davanti a me.

– Segui la luce... – mi fa con aria da maestro jedi – e lui ti troverà.

Lo ascolto e proseguo per non so, cento, duecento metri. Arrivo in un campo di grano blu, dove gatti a sei zampe masticano bulloni arrugginiti. Il fracasso del metallo si fonde col rum e in breve la mia vista si annebbia, mentre una ciotola per cani galoppa su un cavallo senza bottoni. Cioè, mi sembra tutto normale, eppure avverto che qualquadra che non cosa...


Apro gli occhi. La finestra è spalancata, la luce fioca dell'insegna della banca filtra nella penombra. Sono in camera, ho le ascelle appiccicaticce e le lenzuola imbrattate. Sono sudato come un muratore su un ponteggio, in luglio, in Nigeria. Era per dire che fa un caldo porco! E mi scappa pure una pisciata apocalittica. Non avrei dovuto ingozzarmi di anguria! Mi giro verso di lei. È raggomitolata sotto le lenzuola. Persino la testa. Mi chiedo come possa avere freddo. Ci saranno 36 gradi. 36 mila intendo. Uno dei tanti misteri delle donne, hanno sempre freddo. Mi accerto perlomeno che respiri. Il lenzuolo si alza e si riabbassa. Bene, è viva. Ora posso concentrarmi sulla pisciata. Mi alzo lentamente per non fare rumore, direzione cesso. Lungo il tragitto ripenso al sogno. Era un cubo quello? Sì, e c'era anche una ciotola. Su un cavallo. Forse dovrei scriverlo. Scrivere cosa? Ecco, è svanito. Vabbè, chi se ne frega, ne farò altri ancora più stupidi.


Mi gratto le palle, mi sfilo i boxer e siedo sul water. Se la facessi in piedi, piscerei ovunque fuorché nel buco. Appoggio un gomito al ginocchio e la testa sulla mano. La luce filtra dal cavedio. Dev'esserci la luna piena. La vescica inizia a svuotarsi. È piacevole. Sbadiglio. Ah sì, c'era anche un rotolo di carta igienica. Ce n'è uno appoggiato sul davanzale. Eri forse tu nel sogno?

– Sì. – risponde il rotolo.

Sgrano gli occhi, la pipì s'interrompe. L'ho sentito sul serio?

– Sì! – ribatte il rotolo – mi hai sentito sul serio. Ma non temere, solo tu puoi sentirmi.

Non è affatto un buon segno.

– No, in effetti non lo è... – continua il rotolo di carta igienica – le allucinazioni uditive indicano un principio di schizofrenia paranoide.

– Cosa?

– Ho detto che le allucinazioni uditive indicano...

– Sì sì, ho capito, ma... tu parli?

– Certo che parlo, perché tu no?

– Sì, ma io sono un essere umano.

– E questo cosa dovrebbe significare? Mi stai forse discriminando?

– Cosa? No, io...

– Ah ecco, vorrei ben dire.

Dovrei pulirmi il pisello, ma non vorrei offenderlo.

– Fai pure, ma prendine poca per favore, non fare come al tuo solito!

– Io... d'accordo, grazie.

Afferro il rotolo con delicatezza, ho paura di fargli male. Gli strappo via un solo foglietto.

– Ahi!

– Scusa, non volevo.

– Sto scherzando, non sento dolore.

Ma vaffanculo!

– Vacci tu.

– Ma tu... – gli chiedo – mi leggi nel pensiero?

– Certo, come tutti i rotoli di carta igienica.

– Ah, giusto...

Piego il foglietto in quattro e mi asciugo il glande. Avrei bisogno di un altro foglietto, perché c'è un'altra goccia di pipì. Ma non glielo chiedo...

– Ecco bravo, non farlo, mettilo via e lascia che l'ultima goccia si espanda nei boxer.

– Va bene.

Mi tiro su le mutande, sento il tessuto che si imbeve della goccia di pipì. Pazienza.

– Bene... – dico – ci si vede.

– Aspetta! – mi ferma il rotolo – devo dirti una cosa prima che tu vada.

Cazzo!

– Dimmi.

– Sai di cosa sono fatto?

– Di carta igienica?

– Grazie al cazzo! E sai di cos'è fatta la carta igienica?

– Non so, di carta suppongo...

– Di polpa di cellulosa.

– Ok, e quindi?

– Alberi, Elia, alberi.

– Ok, e... Quindi?

– Quindi tu con gli alberi ti ci pulisci il culo, ti sembra normale?

– Beh, se la metti in questa maniera...

– Dopo tutto quello che fanno per te, tu li tratti così!

– Sì beh, fanno ombra, trasformano l'anidride carbonica in ossigeno...

– E ti sembra poco?

– Non saprei, sono alberi, cazzo vuoi da me, rotolo?

– Niente, solo dirti questo. Vorrei che ci riflettessi attentamente.

– Ok, lo farò. Ora posso tornare a dormire?

– Certo.


Ventisei secondi dopo, sono di nuovo a letto. Lei è sempre avviluppata nelle lenzuola tipo crisalide. Mi viene caldo a guardarla. Sbadiglio. Perché dovrei pensare agli alberi? Non credo che disboschino l'Amazzonia per fare la carta igienica. Immagino provenga da adeguate piantagioni di pioppi, o da montagne di carta riciclata, roba così. Ma poi a me che mi frega? Non mi farò suggestionare da uno stupido sogno, né mi lascerò manipolare da una stramaledetta allucinazione notturna. E con la carta igienica continuerò a pulirmici il culo!

Tuttavia, afferro l'iPhone e tocco lo schermo per attivarlo. La luce mi abbaglia gli occhi assonnati, allora abbasso la luminosità, ma non è sufficiente e tengo gli occhi strizzati. Apro Google e scrivo: «rotoli di carta igienica parlanti». Mi esce una lunga lista di strizzacervelli. Ha senso. Mi balza all'occhio il primo nome, un certo Dottor Sticazzi. Curioso. È un segno. Significa: «smettila di pensare che questa cosa abbia un qualche rilevante interesse». E non vale solo per me che l'ho scritto, ma anche per te che stai leggendo. Basta! Al tuo posto, avrei già mollato al cubo luminoso. 😐


Questo esercizio di scrittura creativa demenzial-surreale vi è stato offerto da:



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